sabato 25 giugno 2011

Dustin O'Halloran - Styling/Interview




Dopo numerose domeniche mattine passate a consumare nello stereo i suoi precedenti album Piano Solos e Piano Solos vol.2 incontrare Dustin O’Halloran è stato come trovarsi finalmente a parlare con colui che ha creato la colonna sonora di alcuni momenti della mia vita. Con mio grande piacere l’uomo che mi parlava era un gentleman, distinto e conscio del fatto che la musica che compone ha la capacita di evocare emozioni nella mente di chi ascolta, senza grandi pretese, lasciando aperta la libera interpretazione, in modo tale che ognuno di noi ci si possa ritrovare, specchiare ed eventualmente trovare una compagnia per alcuni momenti della propria esistenza.


Credo che la musica strumentale possa essere molto più personale, perchè non offre la possibilità di nascondersi dietro alle parole, che ne pensi?

Si sono d’accordo, credo inoltre che sia più spirituale, scrivere testi è molto più terra a terra perchè si possono raccontare storie personali od umane in genere. La musica strumentale invece va oltre, ed è per questo che mi piace, perchè diventa senza spazio, non riguarda soltanto il compositore, ma le persone possono aggrapparsi con i loro sentimenti alla musica.

La tua musica ha per me la capacità di andare sotto la pelle di chi l’ascolta e d’incominciare a vivere con essa in un susseguirsi di pure emozioni.

Ciò che m’interessa non è tanto spiegare alle persone quali sono i miei sentimenti che si celano nella musica che compongo, ma spero che chi mi ascolta possa ritrovare in essa i propri sentimenti e le proprie emozioni, ed è per questo motivo che la maggior parte delle mie canzoni non hanno dei titoli. Perchè penso che titoli profondi o semplici come Sunday Morning dicano già troppo.

Ma in Lumiere ad alcune canzoni hai dato un titolo. Come mai?

Non lo so. È una cosa che ho deciso in quel preciso momento. È la prima volta che assegno dei titoli ed allo stesso tempo ritengo che siano ambigui, posso essere relazionati a qualsiasi cosa. Mi piace lasciare molto spazio agli ascoltatori. Sopratutto con questo genere di musica, tutti possono interpretarla a modo loro, la cosa meravigliosa è che ognuno può trovare così tanti significati ed è quindi aperta a tutti. Credo inoltre che la musica sia forte abbastanza da non dover mettere altri strati per spiegare me stesso o i miei sentimenti, è giusto per me che ognuno sia libero di cogliere ciò che sente.

Essendo abituato ad ascoltare i tuoi precedenti lavori Piano Solos e Piano Solos vol. 2 quando ho sentito Lumiere per la prima volta mi sono accorto di un netto cambiamento, è come se la palette dei colori che c’erano nei due precedenti album si fosse ampliata, avendo questa volta composto anche per altri strumenti. Mi parli di questo cambiamento?
Infatti è più o meno così. Mentre stavo componendo per questo album ho letto molto riguardo la sinestesia, la condizione in cui si possono vedere dei colori nel momento in cui si sta ascoltando la musica. Ho fatto degli studi riguardo a dei pittori che avevano questa condizione come Kandinsky e Rothko. Credo che ci sia una condizione comune tra i pittori ed i compositori che è la solitudine, perchè quando creiamo lo facciamo da soli.

Non credo di essere in grado di vedere dei colori ascoltando la tua musica ma posso dirti che se dovessi immaginarmi dei colori sarebbero sicuramente dei blu e ogni tanto rosso vermiglio.

Per me il fatto di aver composto per altri strumenti è stato come se avessi aggiunto atri colori e movimento. Sicuramente ognuno è in grado d’immaginarsi dei colori che rispecchiano lo stato d’animo nel preciso momento in cui stanno ascoltando musica. Per me è stato molto stimolante il fatto di scrivere per altri musicisti e quindi altri strumenti, anche se il piano ha sempre il ruolo da protagonista.

Al primo ascolto di Lumiere mi sono sentito leggermente spaesato per la presenza di altri strumenti,poi però mi sono accorto che è sempre il piano lui ad avere il ruolo da protagonista e mi sono sentito come a casa che dici?

Certamente! Il piano per me è lo strumento con cui credo di avere una forte relazione, il piano è sempre l’origine anche di questo nuovo album, credo sia uno strumento senza fine con cui un pianista non possa mai sentirsi finito, ci sono così tante possibilità ed è qualcosa che certamente continuerò a suonare. Probabilmente ci sarà un Piano Solos vol.3 mi prenderò del tempo a cui lavorarci, vorrei dedicarmi maggiormente alla scoperta di altri strumenti anche se non penso che di più sia meglio. Mi piacciono di più le musiche da camera con pochi strumenti, il quartetto è qualcosa che mi ha entusiasmato e vorrei esplorarlo di più. In un certo senso sto cercando di non darmi dei limiti anche se non voglio poi esagerare perchè qualsiasi cosa uno aggiunga alla propria musica deve essere fatta bene altrimenti risulta qualcosa di brutto e noioso. A fine agosto uscirà un album che ho appena finito con questo gruppo di musica ambient, Stars of the Lid, abbiamo composto musica con chitarra, archi e piano, è un album molto minimale e naturale.

Come si fa a comporre una musica?

Wow! Non so a volte il tutto inizia al piano. A volte da idee che ho nella mia testa. Altre volte aspetti che l’ispirazione arrivi e magari non arriva... Per me la vera ispirazione è quella che arriva improvvisamente. Per esempio alcuni pezzi rimangono incompleti per un pò e li lasci lì finchè non ti torna l’ispirazione per finirli.

Hai composto anche per il cinema, Maria Antoinette, An Amercan Affair e per Like Crazy il film che ha vinto lo scorso Sundance. Quando componi per il cinema dove ti trovi davanti immagini esistenti è più semplice o preferisci quando le immagini sono nella tua mente?
Dipende dal regista. Tu puoi scrivere quattro pezzi diversi di musica per una scena ed ovviamente ognuno ha la propria idea su quale sia la migliore sopratutto se il film ha una grossa produzione dove bisogna mettere d’accordo molte più teste. Se invece il regista si fida di te e ti conosce tutti avranno chiara in mente l’idea del film e di cosa sta succedendo in quella precisa scena e quale musica sia più adatta. In questo caso è molto più interessante perchè c’è collaborazione ad uno scopo comune. Ci sono musiche che ho composto per il cinema che sicuramente non avrei fatto per me stesso che poi alla fine ho amato, a volte può essere un processo molto creativo ed ispirante, ci si rende conto di quanti piccoli elementi costituiscano un film e di quanto sia meraviglioso quando siano tutti giusti per uno scopo comune, creare un ottimo film.

Hai vissuto tra l’Italia, Los Angeles e Berlino, credi che l’enviroment in cui ti sei trovato abbia influenzato la musica che stavi componendo?

Certamente non avrei scritto i pezzi di Piano Solos nello stesso modo se mi fossi trovato a Los Angeles. In Italia vivevo in un piccolo paesino, il mio studio era all’interno di una vecchia fattoria e quell’isolamento ha fatto si che non facessi nient’altro se non concentrarmi sulla musica. Ora che vivo a Berlino mi rendo conto che l’energia della città è completamente differente, i rumori che ti circondano o il suono del treno che sento dalla mia finestra, non sai quanto queste cose possano influenzarti, non te ne rendi conto, ma sicuramente c’è un forte impatto. Per ora Berlino è un posto ottimo per me, mi stimola continuamente nello sperimentare e mi offre la possibilità di lavorare con altri musicisti e questo è molto importante.

C’è un posto in cui vorresti suonare in cui non sei ancora stato ed uno in cui vorresti registrare un disco?

Sto per partire per la Cina dove terrò una serie di concerti e so che suonerò anche in piccoli villaggi, in posti molto caratteristici, sono molto curioso anche per il fatto che il piano per i cinesi è uno strumento sconosciuto essendo uno strumento dell’ovest e collocarlo in questi piccoli villaggi mi sembra interessante. Per quanto riguarda invece un posto dove mi piacerebbe registrare un disco direi da qualche parte sull’oceano che mi ha sempre affascinato per ciò che trasmette e comunica, e quindi vorrei davvero provare a registrare un’album in quel contesto.

Ti auguro di avere la possibilità di registrare Piano Solos vol. 3 sull’oceano.

venerdì 15 aprile 2011

Surrealism I - Styling






Model: Eva Riccobono
Photographer: Simon
Art Direction / Illustration: Akmal Shaukat
Make-up: Erica Vellini
Hair: Giorgia Trezzi

mercoledì 23 marzo 2011

Remember To Brief - Styling











Josh McNey - Interview



Josh è un giovane artista cresciuto nella periferia californiana che trasferitosi a NY, dove ha studiato sociologia alla Columbia, da 8 anni realizza fotografie di wrestlers, cowboys, amici, amanti e sconosciuti. Quello che mi ha colpito del suo lavoro è il suo modo di fotografare il genere maschile, senza cadere nello scontato o in cliché, rivelando una spontaneità ed un’apertura all’estetica maschile, al rapporto con la natura e al sesso dominate o sommissivo.

Che ricordi hai della tua vita a Westlake Village?
Ho molti ricordi e molti legami di cuore in California in generale, è dove sono cresciuto, dove ho trascorso del tempo quando ero militare ed entrambi i miei genitori sono andati alla high school nel sud della California. Come ogni città natale ha degli aspetti buoni ed aspetti cattivi. A New York è stato difficile trovare qualcuno che fosse fan della California, di Los Angeles in particolare. Le persone pensano che sia tutta facciata e superficiale. Non sono d’accordo. L.A. e la Bay Area sono le capsule di Petri, della buona arte visiva, della musica e delle performance.

Com’è stato trascorre sette anni della tua vita nel corpo dei marines americani? Non credi sia stata una decisione dura da prendere per un bambino?
Al tempo, mi sentivo come se fossi pienamente cresciuto. Con il senno di poi intravedo una certa avventatezza infantile o per lo meno una certa ossessività dietro tale decisione. Non ero alla ricerca dell’opinione o del permesso di nessuno. Sono giunto presto alla decisione, dopo una o due settimane dall’incontro con un reclutatore, ma il desiderio di far parte dei Marines è iniziato da piccolissimo. Mio padre ha fatto parte dei Marines ed era trattato con enorme rispetto nella nostra famiglia, è semplice quindi vedere come io aspirassi al modello di mascolinità militare.

A che età quindi ti sei accettato ed hai fatto il coming out?
Da giovane ero profondamente a disagio riguardo la mia sessualità e per questo ho mantenuto molti segreti nei confronti della mia famiglia e dei miei amici. A vent’anni ho cominciato ad uscire allo scoperto con loro ed è stata un’esperienza positiva anche se alcune vecchie insicurezze persistono. Per me il coming out è un’esperienza che continua ancora. È più il fatto di essere allo scoperto che quello di uscire allo scoperto. Il primo è un evento, l’ultimo è qualcosa che tutti possono praticare ogni giorno, si tratta soltanto di fare uno sforzo per essere autenticamente se stessi.

Quando ti sei trasferito a NY quale é stata la tua prima impressione? Avevi qualche aspettativa?
Mi sono trasferito a NY circa 8 anni fa, c’ero stato una volta con il mio ragazzo che sapeva muoversi in città. Poi quando mi sono trasferito ho cominciato ad esplorarla da solo, ho impiegato sei mesi per conoscerne la maggior parte e ad un certo punto mi sono accorto che NY non è uno scherzo. Mi sono concentrato, ho finito i miei studi ed ho fatto lavori d’ufficio, è solo nell’ultimo paio d’anni che sono stato in grado di mettere tutta la mia attenzione sul mio lavoro creativo.

E in quel momento hai capito che avresti voluto fare il fotografo?
Sin da bambino sono stato affascinato dalla fotografia, mio fratello maggiore era bravissimo a surfare e ad andare in skate, io no, così ho iniziato a scattare delle foto. Col tempo mi è stato affidato il compito di eseguire ritratti di famiglia durante le vacanze e poi ho cominciato a fare moltissime foto per conto mio. Ho ricevuto molti incoraggiamenti da parte dei miei, anche finanziariamente, soprattutto quando ho iniziato. Tutti quei vantaggi erano gli ingredienti chiave da cui dipendeva il mio interesse nella fotografia, ho fatto anche altri lavori artistici con altri supporti, ma la fotografia è sempre stato per me quello fondamentale.

Mi piace molto il tuo approccio nel fotografare gli uomini, è semplice ma non ovvio, come lo descriveresti? Hai già la foto in mente nel momento in cui scatti o ti metti in una determinata condizione, e quando la situazione ti stimola e vedi qualcosa che ti piace, inizi a scattare? Come funziona?
Quando vedo le cose in anticipo si tratta di dare forma al contesto in cui lavorare, dipende, ma generalmente tendo a creare un palco su cui improvvisare, mi piace avere una direzione da seguire ma anche lasciare al valore della spontaneità un ruolo importante in cui giocare. Solitamente non vado in giro a cercare la foto, bensì ho in mente location, o modelli, o schizzi di un’immagine che mi piacerebbe creare. Inizio da lì a costruire una narrativa libera o a scegliere una tecnica o uno strumento che penso possa funzionare. Fortunatamente per quanto si cerchi di pianificare, il mondo continua a produrre l’imprevedibile, così quando è il momento di scattare, cerco di accettare la sorpresa.

Il modo che hai di comunicare attraverso le immagini lascia a chi le guarda la possibilità d’immedesimarsi attraverso le proprie esperienze, è questa la tua intenzione?
Ogni volta che qualcuno ritrova se stesso nelle mie foto mi sento lusingato. Provo in ogni modo a produrre un lavoro che riveli una mia storia personale e cerco di farlo all’interno del mio contesto giornaliero. I lavori di still life che faccio di solito li scatto nella mia casa o durante i miei viaggi. Molti dei modelli che uso sono amici e familiari, i miei fratelli sono stati tra i miei primi modelli. Ho più paesaggi californiani di qualsiasi altro posto. Non so se possa esistere una stretta relazione tra i miei rapporti personali con quelli di qualcun’altro, ma credo sia possibile.

Hai qualche ricordo particolare riguardo ad uno dei tuoi shooting che vorresti condividere?
Ho imparato una dura lezione quando ero più giovane. Ero al liceo e stavo seguendo un corso di fotografia in bianco e nero, ispirato da quella di strada e dalle storie su Dan Eldon. Immaginandomi come un fotoreporter decisi di saltare la scuola e con una mia amica abbiamo guidato fino ad Hollywood per fotografare la gente per strada. Per una mancanza di ragionamento e con leggerezza sono rimasto scioccato dallo scoprire fatto di che non potevo scattare foto di sconosciuti per strada a mio piacimento. All’inizio ero così vergognoso che decisi di fotografarli di nascosto. Alcuni mi urlarono dietro e rimasi mortificato. Decisi allora di fotografarli a distanza, ma non erano le foto intime e personali che mi ero proposto di fare. Finalmente incontrai una giovane ed amichevole marchetta che mi convinse che “l’husting” non era altro che un gruppo di omosessuali che stavano in piedi per strada a rubarsi i portafogli, diciamo, una mezza verità da parte sua. In ogni modo è stato un corso di rottura nello strano dinamismo che intercorre tra il fotografo e il soggetto. Ho imparato che le persone non sono animali dello zoo e che conviene sempre chiedere in maniera gentile prima di fotografare qualcuno.

Fai molti ritratti, c’è qualcuno che vorresti fortemente fotografare?
Ci sono centinai di persone che vorrei fotografare, non mi viene in mente nessuno che vorrei non fotografare, per quanto riguarda le celebrities al momento non sento nessun forte desiderio di fotografarne alcuna. E con questo dico anche che non mi rifiuterei di fotografare Nathaniel Brown. Per nulla.

Penso che ci sia una forte sessualità nelle tue fotografie, è lì, e anche se non è così esplicita la si percepisce, quanto è importante per i tuoi lavori?
La sessualità ha grande peso nei miei lavori, come il sesso. L’arte è uno dei moltissimi modi per esplorare se stessi. Come la sessualità è stato un soggetto enorme per la mia crescita, credo sia una conseguenza naturale il fatto che scaturisca dalle foto che faccio. Anche se non ho mai voluto essere classificato come un fotografo omo-erotico. Non rappresenta tutto di me, anche se mi rendo conto e mi va bene che molte delle mie immagini abbiano riferimenti all’erotismo o al sesso.

Cosa ti attira nelle persone che scegli per i tuoi scatti? Come li scegli?
Seguo il mio istinto, alcune volte penso di scegliere dei soggetti in cui rivedo parte di me stesso. Altre volte invece li scelgo proprio per il motivo opposto, perchè sembrano avere delle qualità che a me mancano e a cui aspiro.

C’è qualche genere musicale che ti piace ascoltare quando fotografi?
Hip Hop, Hip Hop, e Hip Hop. L'anno scorso ho ascoltato tantissimo Big Boi e l’ultimo album di Kanye, ma anche alcuni intramontabili come KRS e Wu-Tang.

Che cosa reputi sexy, che cosa ti eccita?
Le vacanze sono dannatamente sexy. Il viaggiare in città diverse ed incontrare nuove persone divertendosi e scopando in giro, quelle per me sono state le esperienze migliori.

Che persona è Josh McKey?
È un orsacchiotto.

Cosa ti piace fare quanto non fotografi?
Mi piace disegnare e scrivere a mano. Ultimamente sto mandando molte lettere. Controllo internet per qualcosa di più generico, ma per quanto riguarda gli amici e la famiglia rimango in contatto con lettere scritte a mano.

Qualche progetto futuro?
Quest’anno sarà per me una grande avventura. Ho la mia prima mostra personale a NY ad aprile. Dopodiché sarò co-produttore di due mostre, una estiva e l’altra autunnale di altri due artisti, più una collettiva che si svolgerà appena prima della fine dell’anno. Produrrò inoltre dei piccoli progetti video e lavorerò con Casa de Costa che produrrà un’altra mia mostra.

Hai trovato quest’anno sotto l’albero di Natale il regalo che hai sempre voluto ma non è mai apparso?
Sì. Quest’intervista per TOH!

Slava Mogutin - Interview



Ho sempre apprezzato i lavori di Slava Mogutin sin dai suoi esordi come fotografo, ho consumato i suoi libri Lost Boys e NYC Go-Go a furia di sfogliarli. Conosco Slava da anni, nel corso dei quali siamo sempre rimasti in contatto, di recente mi ha mostrato una serie d’immagini che ha fatto insieme al suo amico artista Josh Lee, una delle sue muse, lo ha fotografato insieme alle sue opere in Colorado, stato che fa da filo conduttore ad una nuova serie di fotografie scattate durante un soggiorno invernale con Brian Kenny in cui la pianura e i suoi vasti cieli vengono catturarti dall’obiettivo di una Holga. Slava ha in programma due personali una ad Aprile alla Wrong Weather Gallery a Porto in Portogallo con Lost Boys e una a Maggio alla As If Gallery a NY.

Hai appena trascorso le vacanze invernali in Colorado dove hai scattato queste foto bellissime. Ricordo che quando ci sono stato anni fa mi sono innamorato dei cieli aperti e della terra: che impressione hai del Colorado?
È stata la mia prima volta in Colorado. I genitori di Brian si sono appena trasferiti e noi siamo andati a trovarli per Natale. Hanno comprato un ranch appena fuori Denver ed hanno costruito una fantastica casa “verde” con pannelli solari. Quando io e Brian diventeremo vecchi avremo un bel posto in cui ritiraci! Il Colorado è veramente bello, ha questo enorme cielo che posso paragonare a quello del Texas, e la luce ha un naturale filtro rosa perfetto per la fotografia. Lì mi sono sentito molto ispirato.

Mi racconti qualcosa di questo progetto che hai sviluppato con il tuo amico Josh? Mi dicevi che l’hai fotografato per anni.
Josh Lee è un artista ricco di talento ed uno dei ragazzi più eccitanti che io abbia mai incontrato. Lo conosco fin da quando era un ragazzino che abitava a New York e lavorava come modello, l’ho fotografato per oltre dieci anni e per diverse riviste tra cui Playgirl, Flaunt e Kink, ci sono un sacco di foto sconce di lui in Lost Boys. Mi sembra giusto dire che Josh è uno dei miei soggetti e musa preferiti. Qualche anno fa è ritornato a Denver, anche se continua a passare per New York, così continuiamo a trascorrere del tempo insieme.

Che qualità dovrebbe avere una musa?
Non sono interessato in facce e corpi convenzionali che hai la possibilità di vedere in qualsiasi rivista di moda. Sto cercando persone con cervelli e personalità che possono offrire più di un semplice bel look, persone che sono a loro agio con i loro corpi e la loro sessualità, ma allo stesso tempo creativi ed aperti a nuove idee. Voglio sfidarli ed essere sfidato a mia volta. In altre parole, penso ai miei soggetti come a dei collaboratori, e Josh è certamente uno di essi.

Che cosa ti piace di più delle sue creazioni?
Credo che ciò che rende la sua arte diversa dalle cose che si vedono negli spazi d’arte istituzionali è il fatto che sono sempre opere che tu puoi indossare, consumare o usare come props o mobili, come una gigantesca coperta fatta di maglie da calcio che possono coprire l’intero campo da calcio e i giocatori stessi, oppure la sedia – trono che ricorda un fiore tropicale, o le due sculture fatte di zucchero che puoi davvero leccare e mangiare. Sicuramente ha un’immaginazione selvaggia, mi piace il fatto, che non prenda se stesso e la sua arte troppo seriamente. Il problema con la maggior parte dell’arte contemporanea è che è così fottutamente seria e noiosa. Le opere di Josh sono sempre divertenti, di cuor leggero ed interessanti.

Circa due anni fa durante un mio soggiorno a New York, sono passato a casa vostra e ricordo che mi hai fatto vedere il layout del tuo prossimo libro, Panoramic View. Sono rimasto colpito dalle immagini e da come le hai assemblate, a che punto è questo progetto, quand’è che vedrà la luce?
È uno dei progetti che sto ancora seguendo e spero che verrà pubblicato entro la fine dell’anno. Panoramic View si basa sulla mia serie d’immagini chiamata Environmental Picture, ( HYPERLINK "http://www.visuramagazine.com/vm/slava-mogutin" www.visuramagazine.com/vm/slava-mogutin), che ho iniziato circa più di dieci anni fa, più o meno durante lo stesso periodo di Lost Boys. È una raccolta di fotografie di viaggio intorno al mondo, di luoghi esotici come Marocco, Guatemala, Costa Rica, Messico e ovviamente la mia natia Russia. Quello che rende questa serie diversa dal resto dei miei lavori è il fatto che non riguarda principalmente le persone, ma spazi ed ambienti. Rappresentano culture diverse, civiltà e bellezza di ciò che viene chiamato terzo mondo. Ci sono alcune occasionali foto di nudi, ma la maggior parte del libro parla di panorami, still-life e ritratti urbani, più una serie d’immagini d’animali come galli, piccioni, pecore, scimmie, lupi e polpi.

Credo che il tuo blog sia un’ottima rampa di lancio di nuovi artisti che forse non sono rappresentati da una galleria, ma fanno ottima arte. Apprezzo molto ciò che fai per loro, offrendogli un’esposizione ed una voce.
Fin da quando ho iniziato il mio blog più di quattro anni fa, l’ho concepito come il mio diario e anche come una galleria virtuale dove mostrare giovani artisti ricchi di talento, la maggior parte di essi scoperti attraverso Internet. Alcuni di loro adesso hanno delle gallerie che rappresentano i loro lavori ed hanno una carriera nell’arte. Tutto ciò mi rende molto orgoglioso e felice perchè sono convinto che questi ragazzi comanderanno il mondo dell’arte del XXI secolo.

È molto divertente perchè spesso vedo copie delle tue fotografie in giro su Internet, mi fanno sorridere perchè solitamente sono brutte copie delle tue idee e delle tue immagini originali. Come ti fanno sentire?
“L’imitazione è la migliore lusinga” come dicono qui in America. Ero molto suscettibile riguardo a chi copiava spudoratamente il mio lavoro senza permesso o senza gli opportuni crediti, il fatto è che più sei esposto più spesso succede di essere imitato. Inoltre noi viviamo nel mondo post-post-post moderno e virtualmente tutto è già stato copiato, replicato, interpretato e re-interpretato infinite volte, tanto che sembra quasi giusto dire che non c’è più nulla di nuovo in questo mondo. Certamente Internet gioca un ruolo strategico in questo processo di replica ed una volta che tu metti un tuo lavoro on line, devi accettare le regole del gioco e divertirti del fatto che la tua arte e le tue idee vivranno di vita propria nel dominio pubblico.

Mi ha sempre affascinato il modo in cui fotografi i tuoi soggetti, è come se riesci ogni volta a creare un legame con loro mostrando la loro realtà. Mi potresti spiegare il tuo processo creativo?
Non sono un fotografo da studio e solitamente scatto in ambienti casuali, dove i miei soggetti non sentono la pressione di un set-up professionale da studio fotografico con luci violente e tutto quel nonsense. Quando ho cominciato a fare fotografia, dopo aver lavorato con artisti quali Bruce LaBruce e Terry Richardson, ho capito che non hai bisogno di un’attrezzatura costosa o di uno squadrone di assistenti per creare un’immagine bella ed accattivante. Sono molto più affascinato da alcuni anonimi autoritratti che puoi trovare su Internet che quelli di uno studio tradizionale.

Ricordo che anni fa, quando ho letto i tuoi poemi, guardando alcune tue foto e conoscendo la tua esperienza Russa, credevo che fossi una persona dal brutto temperamento, ma quando ci siamo incontrati mi sono trovato dinnanzi ad una persona molto gentile e siamo diventati amici. Sei sempre stato così o sei cambiato?
Molte persone mi hanno detto che dopo aver letto ciò che ho scritto e aver visto le mie foto si aspettavano di trovarsi davanti una persona rude e violenta. Beh quando ero più giovane il mio brutto temperamento mi ha messo in un mare di guai, così ho avuto i mie buoi motivi per dare una ripulita al mio modo di comportarmi. In questi giorni non bevo più tanto quando facevo in passato e cerco di non finire in una rissa. Sono una persona molto più felice ora e non sento la necessità di combattere o di provare qualcosa a qualcuno. Preferisco risparmiare la mia energia ed il mio tempo per qualcosa di migliore, qualcosa di creativo e divertente.

Come sta Brian? State lavorando a qualche nuovo progetto insieme?
Ultimamente mi sto concentrando sul mio lavoro personale, e Brian è occupato con la sua carriera che mi rende molto felice. C’è stato un periodo in cui mi sarei rifiutato di viaggiare o di fare una mostra senza Brian, nei primi anni della nostra relazione eravamo inseparabili. Ci divertiamo ancora molto a lavorare insieme, ma vogliamo dare l’un l’altro un pò più di spazio, siamo innamoratissimi ma dopo sei anni di relazione trovo sia salutare. La nostra prossima mostra come SUPERM sarà a Barcellona il prossimo dicembre.

L’anno scorso siete stati fotografati da Richard Kern per Vice come una delle Power Couples. Come ti sei sentito?

È stata la nostra prima volta su Vice e credo sia stata la storia più gay-friendly che abbiano mai pubblicato, è stata una bella sorpresa. Lavorare con Richad è stato divertente, è uno dei mie eroi, una leggenda. Amo il suo lavoro, in particolare i suoi primi film con i Sonic Youth, David Wojnarowicz e Lydia Lunch. Sono dei classici moderni! Recentemente abbiamo fatto uno scambio di opere con Richard, ora abbiamo uno dei suoi nudi bondage femminili in bianco e nero appeso in camera nostra oltre al suo ritratto di Wojnarowicz dal set di Manhattan Love Suicide che gia possedevo. Inoltre sul prossimo numero dio Vice ( febbraio 2011) ci sarà un mio nuovo lavoro, “Bros Blowing Shotties si tratta di una copia di agazzi sexy che si soffiano del fumo nella bocca l’uno dell’altro. Ho fatto questo servizio poco dopo aver smesso di fumare, è stato per me un esercizio di totale disciplina ed alla fine ce l’ho fatta, non fumo più.