martedì 18 marzo 2008

OTTO Bruce LaBruce/Christophe Chemin - Interview


Otto; or, Up with Dead People

“Per favore, lasciate che mi presenti: sono un ragazzo poco in salute e leggermente ripugnante.' Con queste parole si descrive Otto, il protagonista del nuovo film horror-porno del regista cult queer Bruce LaBruce. Otto è tedesco, ha 18 anni, è molto carino e dark, con la sua maglia a righe e la felpa col cappuccio, stile Donnie Darko, sguardo da funerale, un freaky boy sexy, peccato sia uno zombie. Il regista Bruce LaBruce, noto film maker della scena queer underground per i suoi film tra i quali No Skin Off My Ass, Hustler White, Skin Gang e The Raspberry Reich, ora torna con l’invasione di zombie gay. Come in altri casi anche in Otto il regista usa la pornografia e la filtra attraverso temi crudi ed insoliti, tipici del cinema indipendente come il mezzo d’espressione e di critica della società, com’era precedentemente successo con uno dei suoi ultimi lavori The Raspberry Reich; infatti il corpo compromesso di Otto per il suo stato di non morto, nonostante sia ancora appetibile e giovane è una chiara interpretazione del vuoto, della solitudine e dell’abbandono scaturiti secondo il regista dalla nostra società dominata dal materialismo e dal consumismo. Come un perfetto outsider Otto non sa da dove viene né dove stia andando è un homeless che vaga senza una meta precisa. Dopo aver fatto autostop giunge a Berlino e trova casa in un parco giochi. Il suo look dark è simile a quello dei suoi coetanei, anche se i suoi sono appunto più sdruciti ed emetto un odore nauseabondo. Soffre di disturbi alimentari, infatti, a differenza di tutti gli altri zombi non predilige la carne umana, ma si nutre soltanto di carcasse d’animali che trova sui cigli della strada. Come un qualunque altro ragazzo della sua età, Otto sogna d’avere un futuro nel mondo dello spettacolo. Risponde così all’annuncio di Medea Yarn una registra underground, che vuole girare un film epico sugli zombi appunto “ Up with Dead People”. Otto è scritturato per il film e questa nuova situazione gli riporta alla mente ricordi precedenti alla sua morte, come il suo ex fidanzato Rudolf, che fa in modo d’incontrarlo, ma con risultati devastanti. Il regista ci racconta del suo primo horror movie malinconico:

Com’è nata l’idea del film?
Bruce LaBruce: Nell’ultimo periodo ho avuto a che fare con ragazzini intorno ai vent’anni, che mi dicevano che erano morti o che si sentivano come se fossero morti, anche Il mio ex, Shia Muslin, continuava a dirmelo. Ho iniziato così a pensare che fosse giunto il momento di fare un film sui morti viventi.

Questo è il tuo primo film horror, ma ricordo che hai fatto una serie di foto in passato col sangue. Cos’è che ti affascina nel sangue?
Bruce: È come quando a Dario Argento è stato chiesto perché gli piaceva uccidere le donne nei suoi film: perché muoiono meravigliosamente. Il sangue è molto grafico. Sembra un quadro, Mi piace quando sembra più un fattore artistico che realistico.

È stata la quarta volta che hai partecipato al Sundance Film Festival, eri nervoso? Cos’è la cosa che ti piace maggiormente nel parteciparvi?
Bruce: No. Non ero nervoso. La cosa più bella del partecipare al Sundance è nel cazzeggiare davanti al camino nel tuo chalet, nel fumarti una canna, seduto nella Jacuzzi all’aperto e guardare la luna piena. Al Sundance puoi ignorare tutte quelle chiacchiere e i gossip e rilassarti se preferisci.

Quali film ti hanno ispirato per Otto?
Bruce: Mi hanno ovviamente ispirato i film degli zombi di Romero in particolare L’Alba dei Morti Viventi, che credo sia geniale e profetico in molti aspetti e anche il suo film Martin. Tra gli altri film horror del passato cito Night Tide di Curtis Harrington e Carnival of Souls di Herk Harvey dove il protagonista di questi film poteva, come non poteva essere una creatura mostruosa. Così ho fatto lo stesso con Otto.

È vero che c’è un messaggio politico nel film?
Bruce: Il personaggio di Medea, regista lesbica che sta girando un il film politico e porno sugli zombi Up with Dead People, parla ostentatamente delle sue visioni politiche. Inoltre il film indirizza l’onofobia e la violenza contro i gays/zombi, suppongo che anche questo sia politico.

Per Otto hai collaborato con artisti quali Dr. Wunder e Christophe Chemin, com’è stato lavorare con loro?
Bruce: Fantastico. Sono entrambi degli illustratori di talento. Dr. Wunder ha creato dei sorprendenti storyboard e Christophe ha fatto alcune meravigliose illustrazioni di Otto che sono state usate nel film, ed inoltre recita la parte di Max.

Credi ne farai degli altri di questo genere?
Bruce: Mi sono divertito molto e credo che prenderò in considerazione il fatto di girarne altri, forse qualcosa sulla linea del film Repulsion di Roman Polanski.

Tra gli attori del film troviamo Marcel Schlutt e Josh Ford due tra gli attori più quotati della New Porno Generation e l’artista Christophe Chemin che oltre ad aver recitato ha anche disegnato il poster del film.

Come sei finito a recitare in Otto?
Christophe Chemin :Bruce è un caro amico. Parecchio tempo fa sono stato coinvolto al progetto, non ricordo precisamente quando. In principio dovevo soltanto fare alcuni disegni che sarebbero finiti direttamente nel film ed uno è diventato la locandina di Otto. Bruce mi ha anche chiesto di recitare nel film, offrendomi la parte di un personaggio silenzioso. È stato un regalo meraviglioso.

Di che ruolo si tratta precisamente?
Christophe: E’ un ruolo abbastanza astratto. Il mio personaggio si chiama Maximilian è uno degli attori che partecipano al film che sta girando il personaggio di Medea Yarn. Posso dirti che muoio molte volte in modi differenti. Come ti dicevo il mio personaggio non dice nessuna parola, quando Bruce me l’ha proposto ho trovato il fatto molto interessante. L’ho presa come una sfida. Recito anche una scena che è particolarmente divertente, dove io e il mio fidanzato zombi, facciamo colazione.

Com’e stato essere diretto da Bruce LaBruce?
Christophe: Oh, è molto bello. Bruce è un vero gentlemen. Non mi ha mai forzato a fare nulla. Qualcuno dice che bruce sia una vera diva quando gira un film, ma ciò non è assolutamente vero. Ho dovuto fare scene che erano abbastanza difficili, fisicamente ed anche mentalmente, ma non ho avuto alcun problema. Bruce lo sa, mi può chiedere di fare qualsiasi cosa, perché mi fido di lui come persona, come amico e come artista.

Ho sempre creduto che girare un film horror fosse divertente è così?
Christophe: Girare il film in se stesso è molto divertente, anche se alla fine Otto non è per nulla un film horror, Il personaggio di Otto in se stesso potrebbe essere come non essere uno zombie, è molto sentimentale. È più un film malinconico. Questa è anche una delle cose che mi piacciono di più di questo film che non è per nulla ciò che la gente crede che sia.

Sei un artista, un fotografo ed anche un attore, cosa preferisci essere?
Christophe: Mi piace fare più cose possibili. Onestamente di tutte le cose che faccio non ce n’è una che preferisco. Mi piace passare da una cosa all’altra, è avvincente, sempre nuovo e mi fa sentire libero. Le collaborazioni sono fondamentali, è come aprire un’altra porta.

La colonna sonora del film è ricca di alcuni nomi della scena alternative, come CocoRosie, Antony & the Johnsons e No Bra che aiutano a rendere il film Otto un perfetto melancholy gay zombie movie. Il film è stato molto apprezzato oltre che dal panorama alternativo musicale anche da quello artistico, anche l’artista americano Brian Kenny amico del regista ha eseguito alcuni disegni ispirati al film Otto, che da noi in Italia, sarà mostrato in anteprima a Torino al prossimo al 23° GBLT film festival “Da Sodomia a Hollywood” dal 17 al 25 Aprile 2008

martedì 12 febbraio 2008

Arobal - Interview (italian/english)


E’ un illustratore, un pittore e un grafico di ventitre anni, cresciuto in un piccolo paese nascosto tra le foreste polacche. Studente di filosofia, vorrebbe ispirare le persone attraverso una prolifica raccolta d’illustrazioni dal sapore vintage anni ‘80, ricca di colori e dettagli.

Dove e quando sei nato?
A Szczecin, una vecchia città dell’undicesimo secolo nell’angolo nord ovest della Polonia, molto vicina a Berlino. Sono nato di domenica, mia madre dice che era una giornata molto soleggiata

Mi parli del tuo background?
Sono cresciuto giocando nei giardini, svaligiando l’armadio di mia madre, arrampicandomi sugli alberi e nascondendomi nelle paludi. Abitavo in una piccola città circondata da laghi e boschi, un posto meraviglioso per un bambino, ma quando sono diventato un adolescente ho cominciato a sentire la necessità di spostarmi in città sempre più grandi. così ho girato tutta la Polonia. Ho studiato scienze politiche, ho lavorato per una rivista di moda e per un film festival di documentari. In questo momento sto frequentando l’università di filosofia.

Ora abiti a Varsavia, com’è viverci?
Ci abito da circa tre anni, ma mi sento ancora un nuovo arrivato. Varsavia è una città che cambia spesso. Completamente danneggiata durante la guerra, non venne mai completamente ricostruita. La considero una città molto misteriosa, caotica e sorprendente. Ogni distretto sembra non adattarsi al resto, ma in un certo modo crea un’atmosfera di completezza.

Quando ti sei accordo di avere talento nel disegno?
Non me ne sono accorto. Da quanto ricordo ho sempre disegnato. Ad un certo punto è diventato più un modo di vivere e non soltanto un divertimento doposcuola. Non mi è mai stato insegnato a disegnare, ma so che tutto si basa sulla pratica. Sto pensando d’iscrivermi all’accademia d’arte il prossimo anno.

Dove prendi ispirazione per i tuoi disegni?
In verità tutto ciò che mi circonda è una fonte d’ispirazione. L’ispirazione va e viene, appare e luccica. A volte quando inizio un disegno comincia a cambiare e si crea da solo, io tengo solo in mano la matita. Mi piacciono i film degli anni ‘50 e dei primi ‘60, i poster degli anni ’30, con tutto quel jazz e l’eleganza. Mi piace osservare le persone e il modo in cui guardano se stessi e gli altri.

Ciò che mi piace dei tuoi disegni è che sono sexy, felici e malinconici allo stesso tempo, come sei riuscito ad ottenere questo risultato?
Non l’ho pianificato. E’ interessante che tu li percepisca in questo modo. Forse è solo perché io sono quel tipo di ragazzo: sexy, felice e malinconico? Credo che in un certo qual modo io cerchi naturalmente queste qualità nella vita di tutti i giorni. Il sesso e la felicità sono fattori di divertimento, ti permettono d’essere creativo e di aprire te stesso. Grazie a quest’apertura sei in grado di provare sentimenti e da ciò nasce anche la malinconia. Sei molto coinvolto dalle cose che accadono, e ciò è meraviglioso.

Che cosa ti eccita?
Ragazzi nei guai e puri gentiluomini. Anche il clima caldo mi eccita, non so perché ma tutte le volte che ci sono più di 30° divento molto arrapato.

Mi sembra che la natura abbia un grosso impatto su di te, ho ragione?
Certamente. Credo che tutte le emozioni, gli stati d’animo, gli stati mentali, le storie e la saggezza siano già qui e la natura sia una delle chiavi per conoscerli. E’ molto forte venire a contatto con elementi tra i quali: la terra, il vento e il fuoco. Credo che noi abbiamo perso la relazione con la natura, dovremmo ristabilire il legame con essa. Dovremmo cercare di scoprire la magia che è ovunque intorno a noi.

E’ vero che fare la pipì è il tuo sport preferito?
Pisciare sotto gli alberi. Ma durante gli inverni polacchi fa troppo freddo dovrei cambiare in sport come il jogging o il tai chi. Adoro andare a cavallo e in snowboard.

Nei tuoi disegni mi colpiscono la ricchezza di colori e dettagli, è come se tu potessi andare avanti in eterno ad aggiungerli. Quand’è che ti accorgi che un disegno è finito?
Che domanda difficile. A volte sai che non devi aggiungere nessun’altro elemento o colore, altre volte invece devi provare, e quando è finito lo senti.

Hai un sogno ricorrente?
Vorrei essere in grado d’ispirare altra gente.

Come mai hai scelto così tante volte Arobal come soggetto dei tuoi disegni?
Suppongo che sia un modo per conoscere meglio me stesso.

Se tu potessi scegliere di essere un personaggio di una fiaba chi vorresti essere?
Il principe Philip della Bella Addormentata e le tre fate buone, anche se nel nostro profondo ognuno di noi vorrebbe essere la principessa…

ENGLISH

Is a 23 years old illustrator, painter and graphic artist, grown up in a little town in the middle of a polish forest. Student of philosophy, that would like to inspire people through a proliphic illustration’s gallery, with a vintage 80’s taste full of colours and details.

Where and when did you born?
I was born in Szczecin, an old city from the 11th century in the north western corner of Poland, very close to Berlin.I was born on Sunday.
My mom says it was a really sunny day.

Can you tell me something about your background?
I grew up playing in gardens, burgling into my moms closet climbing the tries and hiding myself in the swamps. It was in a small town surrounded by lakes and woods, a great place to be a kid, but when I became a teen I felt like moving to bigger and bigger cities.So I moved a little bit around Poland doing different things. I studied political science, worked for a fashion magazine and documentary film festival. Right now I started philosophy at the university.

You are living in Warsaw, how is it living there?
I live here for almost three years now, so I find myself still a newcomer.
Warsaw is much about changing.It was totally damaged during the war and wasn’t fully rebuilt.I think the city is very mysterious, chaotic and surprising.Every district seems too totally unfit the rest but somehow it all creates the atmosphere of wholesomeness.

When did you discover you had such a big talent in drawings?
I didn’t. I’ve been drawing ever since I remember. And at some point it begun to develop more into my way of living and not only fun after school. I was never trained how to draw, but I know it is much about the practice. I’m thinking about applying for the art academy next year.

Where do you get inspirations for your works?
Actually everything around is a kind of inspiration.The inspiration comes and goes, flashes and sparkles. Sometimes when I start an image it begins to change and creates itself and I’m only holding the pencils;)
I’m into movies from the 50`s and early 60`s, posters from the 30`s, all that jazz and elegance. I appreciate looking at people, the way they look at others and themselves.

What I enjoy about your drawings is that they all are sexy, happy and melancholic at the same time, how do you reach this level?
I didn’t plan that. It’s interesting that You perceive them this way. Maybe I’m just a sexy happy melancholic type of guy;)? I think that somehow I naturally search for those qualities in my every day life. Sexiness and happiness are the fun factors, they let you go creative and open yourself, and because of that openness you’re able to feel, and out of that comes the melancholy. You feel very touched with everything that happens, and that’s just beautiful.

What’s turn you on?
Boys in trouble and genuine gentlemen! But also hot weather, I don’t know why every time it gets more than 30 C I get very horny.

Nature seems to have such a huge impact on you am I right?
Yes it surely has. I think that all the moods, emotions, states of mind, stories, and wisdoms are already here, and nature is one of the keys to get to it.It is very powerful to be in contact with the elements, with earth, wind, fire and so on. I think we have lost the connection with the nature. We need to reestablish the links with it. We need to be able to discover magic that is everywhere all around.

Is it true that peeing is your favourite sport? ;)
Peeing under the trees. But at the time, during the polish winter I get to cold so I think of switching to jogging or tai chi…But seriously, I love horse riding and snowboarding. I just can’t wait to go to the mountains.

I like the fullness of colors and details you use in your drawings, it seems to me that you naturally could keep on adding things forever. When do you realize one drawing is done?
When it’s done. It’s a very hard question. Sometimes you just know that you shouldn’t even add any other scratch. And sometimes you just need to try. And when it’s done you just feel it.

Do you have any recurrent dream?
I want to be able to inspire other people.

Why do you chose Arobal in so many drawings?
It’s a way to get to know myself better I guess.

If you could choose to be a character of a fairy tale who would you like to be?
Prince Philip from the Sleeping Beauty, and the three good fairies, but deeply inside I think we all want to be the Princess.

venerdì 8 febbraio 2008

martedì 8 gennaio 2008

Holly Andres - Interview


Giovane artista nata nel 1977 nel Montana e figlia minore di una numerosa famiglia si trasferisce in seguito a Portland dove ha inizio la sua carriera di fotografa e di video artist. Nelle sue immagini Holly Andres ricrea situazioni dal sapore famigliare, tradizionale e vintage, caratterizzate da gesti comuni ma che al tempo stesso immortalano un particolare momento sempre carico tensione.

Sei la più giovane di 10 figli, com’è stato crescere in una famiglia così numerosa?
E’ difficile rispondere perché crescere in quell’ambiente era tutto quello che conoscevo. Solo crescendo mi sono accorta di quanto tutto ciò non fosse convenzionale e sono stata in grado di riflettere su aspetti abbastanza insoliti. La mia famiglia era politicamente conservatrice e cattolica, convinta ed abituata a sottolineare i tradizionali ruoli sessuali. Abitavamo in una zona rurale del Montana in una fattoria vivendo del nostro raccolto. Siamo tutti nati in un arco di 14 anni, quindi siamo quasi coetanei. Diciamo che non c’è mai stato un momento noioso. I soldi erano scarsi, non avevamo molti giocattoli, ne potevamo fare attività che richiedesse un supporto finanziario, ci dovevamo quindi sforzare di trovare un modo creativo d’intrattenere noi stessi. Tutti nella mia famiglia sono in qualche modo creativi, musicalmente, visivamente etc. anche se sono l’unica che ha fatto dell’arte uno stile di vita e una professione.

Quanto del tuo background hai portato nei tuoi lavori?
I miei lavori fanno sempre riferimento a me stessa, arricchiti di racconti personali; Ho sempre fatto arte su ciò che conosco. “Stories from a Short Street” è completamente ispirato a momenti della mia infanzia, comunicati attraverso un gruppo fittizio di fratelli che prendono spunto liberamente da archetipi della mia famiglia. La mia famiglia viveva in una strada chiamata Short, un fatto che riflette anche la brevità dell’infanzia, la natura fugace del ricordo e il “momento decisivo” che definisce la fotografia.

E’ quasi Natale, hai qualche ricordo particolare legato a questo periodo quando vivevi nel Montana?
Certamente! Inoltre sono nata due giorni prima di Natale, da qui il nome “Holly” che ho scoperto fu stato democraticamente scelto dai miei fratelli maggiori. Essendo stata allevata da Cattolica, il Natale è sempre stato trascorso aspettando la messa. Consumando un’enorme quantità di oyster stew e Tom & Jerry, un tipico drink natalizio, caldo a base di rum e brandy, cantando filastrocche e scartando regali. La vigilia terminava con noi dieci che facevamo il pigiama party dormendo tutti nella stessa camera, l’attesa dell’arrivo di Babbo Natale ci teneva svegli fino a tardi. Alla mattina ci allineavamo tutti in cima alle scale, dal più giovane al più grande e scendevamo a cavalcioni sulla scala per ricevere altri regali.

I momenti che rappresenti nelle tue foto sono tutti autobiografici e quindi personalmente da te vissuti o si trattano d’immagini che hai nella tua mente?
Sì ogni immagine è costruita per ricreare un momento specifico e dipingere un ritratto psicologico. Per esempio in FIONA I, in stile Ultima Cena, c’è una famiglia di fratelli dall’età compresa tra i 7 e i 15 seduti intorno ad una tavolo, cenando, mentre la sorella maggiore sta facendo alla minore (me stessa) una permanente fatta in casa, un piccolo momento mondano, che ricordo chiaramente. Questa è stata la prima immagine che ho scattato e che ha ispirato la serie. Questa particolare foto è stata influenzata da un’esperienza che ho avuto col mio ipnotista l’anno scorso. Ho la fobia di volare, poiché il Natale avevo programmato con mio marito un viaggio a Boston per trascorrere le feste a casa dei suoi, decisi di provare con l’ipnosi per alleviare questa paura irrazionale. Cercando l’origine della mia fobia l’ipnotista mi portò indietro nel tempo chiedendomi di ricordare la prima volta che mi sentii paralizzata dall’ansia. Era una sera in cui i miei stavano cenando e mia sorella mi stava mettendo dei bigodini rosa spugnosi, quando trovò la testa di un pidocchio. Mia madre lo mise dentro un barattolo e nonostante non guidasse bene corse in farmacia per vedere di cosa si trattasse ( all’inizio non sapevamo cosa fosse). Ricordo fu davvero una notte stressante per l’intera famiglia che inizio a bollire ogni cosa che io avrei potuto contaminare. Posso ricordare perfettamente la sensazione d’ostracismo, di profonda vergogna e di responsabilità per aver suscitato un tale momento di frenesia. Ma fu proprio mentre stavo rivivendo questo preciso momento che il ricordo dell’odore della permanente, mescolato a quello delle patate e la sensazione delle mie dita sulla tovaglia crearono un varco nella mia mente. Questa esperienza d’ipnosi mi ha portato a voler ricreare tali immagini.

Ci sono molti dettagli nelle tue foto quanto tempo impieghi a trovare ogni singolo oggetto e a sistemarlo per la foto?
Ogni set è minuziosamente costruito, compresi costumi ed oggetti. Trascorro molto tempo nei thrift shops, che rappresentano la parte informativa del processo. Spesso mi capita di rimanere colpita da un oggetto che trovo e che mi evoca immediatamente un ricordo e intorno ricostruisco un’immagine nuova. Il mio seminterrato è pieno di props potenziali per queste foto, sono tutti fotograficamente documentati. Ci vogliono diversi giorni per sistemare tutto.

Dove trovi i ragazzini per le tue foto?
Avevo messo un annuncio sul sito Craigslist e quando le persone mi hanno risposto mandandomi i loro ritratti li ho tutti allineati sul monitor del computer per cercare di creare la famiglia più credibile. Alcuni bambini sono anche figli di amici.

So che sei anche una professoressa alla Portland State University e all’Art Institute di Portland, che tipo di insegnate sei?
Sono una professoressa relativamente giovane, credo di portare idee fresche che si possono facilmente relazionare con i miei studenti. Sono nota per la mia attenzione ossessiva ai dettagli e mi aspetto lo stesso impegno nel lavoro dei miei studenti.

Abiti a Portland, ci sono stato 3 volte in passato e ricordo che c’era una grande scena underground con band come The Dandy Warhols e Le Tigre è ancora così?
Sì, Portland ha una grande scena musicale, innovativa, sperimentale ed accessibile. Le Tigre sono una delle mie band preferite, nonostante abbiano lasciato Portland per migliori opportunità! Col mio amico e collega Grace Carter, abbiamo creato un video per la loro canzone “They Want To Make A Symphony Out Of The Sound Of Women Swallowing Their Own Tongues”.

C’è un messaggio particolare che vuoi comunicare attraverso le tue foto?
M’interessa rivisitare, ricreare e conservare la storia. Mi affascina mescolare realtà e finzione, e trovare un posto in cui l’autobiografia e la narrazione inventata s’incontrano. Attraverso la serie “Short Street”spero di comunicare elementi riservati, pensierosi e dark dell’infanzia, che alla fine sono superabili e a cui tutti possono relazionarsi.

Stai lavorando a qualcosa di nuovo?
Sto preparando un nuovo corpo di lavoro per una personale, la cui premiere è a giugno 2008 alla galleria Quality Pictures Contemporary Art di Portland. Consisterà in una serie di foto narrative di ragazze adolescenti, incluso una serie di gemelli identici che riproduco attraverso la composizione digitale. Le protagoniste saranno rappresentate in scenari misteriosi nel momento cuspide in cui stanno per scoprire qualcosa di grande importanza acquisendo conoscenze segrete. Con una luce più drammatica. Sono ispirate alle copertine di libri di Nancy Drew, alla cinematografia di Alfred Hitchcock ai film horror anni settanta come “Suspiria” di Dario Argento ma senza il sangue denso.

martedì 11 dicembre 2007

martedì 6 novembre 2007

Nicola Gobbetto - Interview


Mi piace pensare a Nicola Gobbetto come al Peter Pan dell’arte milanese. L’eterno fanciullo che dietro la superficie delicata delle sue opere, tratte dall’adolescenza e dal mondo dell’infanzia, si cela sempre qualcosa d’irrequieto, trasformando la serenità delle favole in una tranquillità apparente, dove il lieto fine è stato volutamente cancellato.

E’ la prima volta che mi capita d'intervistare un artista di cui sono molto amico, è strano...Conoscendoti potrei azzardare che da piccolo eri il classico bambino educato e timido che disegnava tutto il tempo ho ragione?
Sì, disegnavo dappertutto anche durante i viaggi in macchina. Educato sì, i miei genitori mi obbligavano a comportarmi come un piccolo lord ma stranamente non ero affatto timido e al ristorante andavo a cantare le canzoni dei cartoni animati agli altri tavoli e chiedevo l'elemosina. Ero molto determinato, ottenevo tutto ciò che volevo, essendo figlio unico ero molto viziato.

Nelle tue opere c'è sempre qualcosa di fanciullesco e Disneyano, ma la sensazione che ho è che spesso il lieto fine non sia scontato, sbaglio?
Esatto, anzi tendo proprio a cancellare il lieto fine nelle fiabe ma anche nei film. Preferisco i momenti cruciali dove il protagonista è messo a dura prova.

Com'è stata la tua adolescenza?
Tutto sommato abbastanza serena, anche la scoperta della sessualità non è stata traumatica. La mattina dopo il mio primo sogno bagnato mia madre mi ha semplicemente detto: "ti se macchiato il pigiama…" e ho continuato a fare colazione come se niente fosse.

Se dovessi scegliere di vivere una fiaba quale sarebbe e chi vorresti essere?
Il pifferaio magico; vorrei essere uno di quei bambini inghiottiti per sempre dalla montagna.

Il contrasto è un elemento che adoro nei tuoi lavori e mi riferisco in particolare alla tua scritta Disneyland riempita d'immagini pornografiche gay maschili, me ne parli?
Il sesso è tra i miei giochi preferiti. Il sesso come parco divertimenti, da lontano la scritta Disneyland sembra una qualunque scritta rosa innoqua ed inoffensiva, ma se ti avvicini scopri che è composta da immagini di cazzi e culi.

Anche il tuo nome era iscritto nell'elenco d'artisti per la mostra Vade Retro. Che ne pensi di quello che è accaduto?
Mi sono perso quasi tutti i passaggi, mi teneva aggiornato mio padre che leggeva le evoluzioni sui quotidiani. Ora so che dopo le infinite vicissitudini approderà a Firenze. Comunque penso che chi l'ha organizzata sia riuscito ad ottenete esattamente quello che voleva: alzare un gran polverone.

Qual'è l' inesauribile fonte d'ispirazione per i tuoi lavori?
La natura, le stagioni, la teoria dei colori, la geometria, i mobili di Ettore Sottsass, i Macarons della pasticceria francese Ladurée, i libri di David Bachelor "Cromofobia" e “Nerd Power” di Stefano Priarone, la fase di apparente declino di Britney Spears, i film di Todd Solondz, i videogiochi degli anni '80, le incisioni del Settecento e dell'Ottocento, Jackass, i Fuccons…

Abbiamo molti interessi in comune, di quale non potresti fare a meno?
Viaggiare e tenermi sempre aggiornato sullo stato di devasto delle ninfette (…o ex ninfette) del pop.

Come ci si sente a vivere d'artista?
Vivrei allo stesso modo anche se facessi il panettiere o il pescivendolo sperando di avere in ogni modo la stessa visione delle cose, appassionata e scettica/disincantata allo stesso tempo.

Sei un fan della TV spazzatura; che cosa ti diverte di quel mondo?
Dico sempre che la tv spazzatura è il miglior rimedio per disintossicarsi un po' da ciò che viene comunemente definito "impegnato".

Quale sarà la tua prossima mossa?
Ho una mostra itinerante organizzata dalla Credit Suisse. Toccherà le principali città europee e non solo, tra cui Londra, Zurigo, New York, Tokyo, Parigi, poi ho la mia prima intervista in tv per una trasmissione che si chiama "Life Sharing" per il canale Bonsai di Alice Hometv.

domenica 4 novembre 2007

Melanie Pullen - Interview


Artista americana nata a New York nel 1975, vive e lavora a Los Angeles. Le sue opere sono una ricostruzione dettagliata di delitti vintage realmente accaduti. Le vittime reali sono state sostituite da modelle o attrici vestite con abiti ed accessori d’alta moda, inseriti volontariamente dall’artista per distogliere l’attenzione dall’omicidio. Il risultato è un immaginario cinematografico che accarezza moda, cronaca ed arte.

Sei nata a New York ma ora vivi a Los Angeles credi che il tuo surrond abbia influenzato il tuo essere?
Sì, sono cresciuta circondata da artisti. Allevata nel Village. Non sono mai andata all’università. Poi mi sono trasferita in California e sono venuta a contatto con il cinema. Los Angeles è una città strana nessuno va in giro a piedi e va a letto molto presto. Questo mi ha permesso di scattare in location fantastiche, che erano deserte. E’ un lato della città che adoro. Stando sveglia fino a tardi mi avvantaggio perché la città è vuota.

Ciò che mi colpisce maggiormente nelle tue fotografie, è che osservandole si notano diversi dettagli e cominci a farti domande sulla storia che si cela dietro quel particolare omicidio. Era questa la tua intenzione?
Sì, ogni immagine racconta una storia perfetta e si basa su qualcosa realmente accaduto. Ci sono un’infinità di domande che nascono spontanee guardando ogni pezzo. C’è un inizio ed una parte centrale che devi capire, hai soltanto la parte finale, è quello l’indovinello che rimane da svelare. La vita di ognuno è una storia ed è ciò che rende le persone così interessanti, ma qui abbiamo anche il voyeurismo e il dramma mescolati insieme.

Com’è nata l’idea di dare una nota glam ad alcuni crimini americani?
Circa dieci anni fa ero in una libreria di Los Angeles a sfogliare libri di fotografia, per caso presi in mano questo libro vintage fotografico di scene del crimine. Le fotografie erano davvero inquietanti, ma mi sono trovata incapace di posarlo. Quella notte ero stregata dalle immagini ed ho avuto difficoltà a dormire. Pochi anni dopo mi trovavo nella stessa libreria e di nuovo accidentalmente presi in mano un altro di libro di scene del crimine, questa volta anziché soffermare la mia attenzione sulla scena e la morte, mi accorsi che davo maggior attenzione all’ambientazione, ai vestiti e ai piccoli dettagli. Quando tornai a casa quella notte, mi resi conto di aver osservato terribili immagini di morte, non potevo crederci, iniziai a riflettere sulle mie passate esperienze. Credo che questo mi abbia lentamente desensibilizzato verso questo tipo di soggetto. A quel punto ho deciso di creare le High Fashion Crime Scenes. La mia serie ti porta attraverso questo processo di glamourizzazione e desensibilizzazione alla violenza. Noti i dettagli che sono molto cinematografici e sopra le righe. Guardi prima le scarpe poi mentre te ne stai andando ti rendi conto che ciò che stavi osservando era una donna appesa.

So che uno dei libri a cui ti sei ispirata è stato quello di Luc Sant…
Quello è il secondo libro che ho preso in mano nella libreria. Si tratta di una meravigliosa collezione d’immagini del dipartimento di polizia di New York tra il 1912 e 1914. Sono immagini senza tempo che raccontano la storia della città. Molte delle fotografie non hanno più la documentazione che dica chi fossero le vittime. In quell’ultimo saluto le persone sono perfette. Raccontano tutte una storia, che è ciò che faccio con il mio lavoro ed è ciò che ho sempre cercato di raggiungere.

Non so se tu sei d’accordo con me, ma le donne che rappresenti nelle tue fotografie nonostante siano morte o assassinate mantengono sempre la loro eleganza. Sono stati i vestiti d’alta moda il mezzo per creare questo allure?
Ho introdotto l’abbigliamento come il mezzo per creare questa sensazione e dare alle donne una personalità. Quando vedi la gente per strada, la si giudica in base a ciò che sta indossando. I vestiti danno un’impressione molto forte ed importante. Tu riesci semplicemente a dire che uno sia un dottore o un business man da ciò che indossa. Così quando ho inserito pezzi d’alta moda nel mio lavoro, l’ho fatto per rendere le donne senza tempo e offrire loro dignità.

E’ vero che hai fatto un’ampia ricerca per ogni omicidio? Quanto tempo impieghi dal momento della documentazione al giorno dello shooting?
Alcune immagini hanno richiesto parecchi mesi. Ho lavorato con un team degli effetti speciali, una squadra cinematografica, il coroner della contea di Los Angeles, la polizia etc. Poi ho personalmente ritoccato e stampato le mie foto. Cerco di tenere ogni aspetto sotto controllo.

Riesci a trasformare un momento così drammatico in una cinematografica tranquillità apparente, come ci sei riuscita?
Volevo portare anche il cinema nel risultato finale. Una delle mie più grandi fonti d’inspirazione è sempre stato il grande cinema. Ho creduto che il tipo di luce ed i colori si sposassero perfettamente con i vestiti e avrei potuto catturare e creare qualcosa di meraviglioso. Molti miei collezionisti fanno parte del mondo del cinema, ho ricevuto lettere da registi e cinematografi che mi hanno chiesto come creo le mie immagini. Questo per me è un bellissimo complimento, soprattutto se fatto da artisti che reputo brillanti.

Sei stata nei luoghi dove queste persone sono state realmente uccise oppure hai ricreato tutto?
La maggior parte delle volte è stato tutto ricreato, ma a volte ho usato location reali.

A cosa stai lavorando ultimamente?
Sto lavorando ad un progetto sulla guerra ispirandomi a quadri storici di scene di battaglia. Sono diventata completamente immune al crimine ed alla violenza ma per qualche ragione non sono mai riuscita a passar sopra immagini di guerra. La mia nuova serie non ha riferimenti politici, sto lavorando solo con dei top model, uno di quelli che ho recentemente fotografato è stato il testimonial di Gucci. Ho fatto questa scelta per creare immagini con uno stile epico e look iconografico.